{"id":3172,"date":"2019-03-06T06:06:35","date_gmt":"2019-03-06T06:06:35","guid":{"rendered":"https:\/\/giuliazappa.net\/broken-nature-intervista-a-paola-antonelli\/"},"modified":"2019-03-06T06:06:35","modified_gmt":"2019-03-06T06:06:35","slug":"broken-nature-intervista-a-paola-antonelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/giuliazappa.net\/en\/broken-nature-intervista-a-paola-antonelli\/","title":{"rendered":"Broken Nature. Intervista a Paola Antonelli"},"content":{"rendered":"\n

\u00c8 il mastermind dietro all\u2019esposizione che Milano attende da un anno e mezzo. L\u2019abbiamo intervistata dai suoi uffici al MoMA di New York per capire con lei come \u00e8 nata, come si sviluppa e quali aspettative pu\u00f2 offrire la parabola del design ricostituente presentata alla XXII Esposizione Internazionale.<\/strong><\/p>\n\n\n\n

Broken Nature<\/em><\/strong><\/a> celebra le potenzialit\u00e0 del \u201cdesign ricostituente\u201d nel riannodare il legame spezzato con la natura e con il pi\u00f9 ampio ecosistema sociale di cui fa parte. Come ha maturato l\u2019intuizione per questa ennesima metamorfosi della disciplina?  <\/strong>
Paola Antonelli<\/strong>: Il design ha responsabilit\u00e0 enormi rispetto ai problemi che si sono verificati negli ultimi anni. Di conseguenza, questa evoluzione del design \u00e8 completamente naturale e c\u2019entra con la consapevolezza che quello che il design ha contribuito a causare, il design deve aggiustare.
Il modo in cui parliamo del design nel team curatoriale, poi, \u00e8 molto ampio e include scale differenti, tra cui l\u2019architettura, il design, il design industriale, quello delle interfacce e della visualizzazione in ognuna delle sue manifestazioni. Se prendiamo questo come punto di partenza, va da s\u00e9 che l\u2019idea di un design ricostruttivo \u00e8 qualcosa che avremmo dovuto concepire molto tempo fa. L\u2019idea di restorative design<\/em> viene dal concetto di ristorante, nato in Francia nel diciottesimo secolo come un luogo in cui era possibile concedersi un pasto nutriente e squisito godendosi al contempo un\u2019esperienza conviviale; ed \u00e8 anche divertente perch\u00e9 il pasto considerato buono era il bouillon<\/em>, il brodo. Cos\u00ec l\u2019idea del design che prova a riparare errori del passato \u00e8 qualcosa che possiamo definire attingendo dal mosaico complessivo di differenti discipline che provano a dare il loro contributo per sanare la crisi ambientale.<\/p>\n\n\n\n

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XII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano. Broken Nature \u00a9 La Triennale di Milano. Photo Gianluca Di Ioia<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n

Rileggevo il suo articolo pubblicato su Domus<\/em> nella serie State of Design<\/em> dedicato al biodesign. All\u2019epoca, forse anche per l\u2019ingenuit\u00e0 del lettore che si avvicinava per la prima volta a questo approccio, abbiamo pensato che quei progetti potessero mettere una toppa concreta su determinati problemi ambientali. Oggi, per\u00f2, constatiamo che non hanno raggiunto una massa critica per avere un impatto. Che ruolo ha la scalabilit\u00e0 all\u2019interno dei progetti selezionati nell\u2019esposizione? <\/strong>
P.A.<\/strong>:Quegli articoli erano del 2011 e a quel tempo il biodesign era soprattutto una tipologia di design speculativo, un design che rappresenta una sorta di esperimento e che non \u00e8 pensato per essere scalabile. Al contrario, i progetti che abbiamo oggi in Triennale sono scalabili o gi\u00e0 scalati. Stavo parlando del test biodegradabile di gravidanza: quello si pu\u00f2 gi\u00e0 comprare. O delle mutande per le mestruazioni che si possono trovare negli Stati Uniti. All\u2019inizio dell\u2019esposizione c\u2019\u00e8 un\u2019installazione con immagini della NASA che mostrano il cambiamento che investe il paesaggio prima e dopo determinati eventi come un\u2019inondazione o l\u2019esplosione di un vulcano. L\u2019intera mostra ha molto a che vedere con la realt\u00e0, pur con qualche speculazione. C\u2019\u00e8 una installazione di Christina Agapakis dove c\u2019\u00e8 la ricostruzione del profumo di un fiore estinto. Ci sono poi questi bei fossili del futuro [Plasticglomerates, N.d.R.<\/em>] di Kelly Jazvak che inglobano dei pezzi di plastica. Ma la maggior parte dei problemi si confronta con la realt\u00e0; mi sono allontanata dal design speculativo, infatti, perch\u00e9 l\u2019urgenza oggi \u00e8 tale che abbiamo bisogno di una chiamata all\u2019azione.<\/p>\n\n\n\n

Broken Nature<\/em> non \u00e8 solo un\u2019etichetta scientifica, ma integra livelli pi\u00f9 ampi che toccano temi diversi tra cui il colonialismo, il ruolo dell\u2019immaginario, dell\u2019impatto sociale. Come verr\u00e0 restituita questa sfaccettatura nelle principali sezioni della mostra?<\/strong>
P.A<\/strong>.: Prima di tutto dobbiamo citare Bruno Latour; tutti citano Latour ma lui se lo merita davvero. \u00c8 stato lui a parlarci della politica della natura: la maniera in cui le istanze sociali e geopolitiche sono aggrovigliate \u00e8 oramai imprescindibile ed \u00e8 quasi ovvio che quello che abbiamo fatto all\u2019ambiente \u00e8 diventato un problema sociale non soltanto per il modo in cui lo viviamo, ma anche per il peso iniquo con cui la crisi ambientale si riversa su diverse aree del mondo. L\u2019approccio con cui questa pluralit\u00e0 di temi \u00e8 restituita nella mostra \u00e8 quello di mostrare degli esempi pungenti. Quindi, per quanto riguarda la geopolitica, abbiamo un\u2019intera sezione dedicata ai sistemi che prima consideravamo naturali e che oramai sono politici. Tra questi, Studio Folder con il progetto Italian Limes<\/em> ne \u00e8 un grande esempio, insieme a Irene Stracuzzi con The Legal Status of Ice<\/em>, un progetto che parla delle nuove rotte che si sono aperte nell\u2019Artico con lo scioglimento dei ghiacci. Per quanto riguarda la societ\u00e0, c\u2019\u00e8 un\u2019intera sezione della mostra dedicata alla vita quotidiana; infatti, non vogliamo affrontare solo grandi sistemi, ma parlare anche di quello che le persone possono fare giorno dopo giorno per diventare \u201cdei piccoli timoni\u201d. \u00c8 cos\u00ec che inizio il mio saggio nel catalogo di Broken Nature<\/em>[Broken Nature. Design Takes on Human Survival<\/em>, edito da La Triennale di Milano in partnership con Electa, N.d.R.] citando Buckminster Fuller e sottolineando come ogni essere umano possa essere un piccolo timone alla guida di una barca gigantesca: se molti di noi si girassero tutti nella stessa direzione, potremmo guidare quella che lui chiama Nave Spaziale Terra. Detto questo, nella sezione sulla vita quotidiana troviamo oggetti mondani quali un test di gravidanza biodegradabile o le barriere di lana di Daniela Ducato, che sono concepite per restare nell\u2019acqua e assorbire la benzina nei porti. In questo alternarsi, si verifica un cambio di scala che passa dal naturale al geologico al quotidiano, fino al sistemico e all\u2019empatico. Credo che queste montagne russe diventino molto efficaci perch\u00e9 capaci di esporre ognuno di noi a cambiamenti che abbracciano progetti con diverse personalit\u00e0 e temi ampi con cui dobbiamo fare i conti.<\/p>\n\n\n\n

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Ha dichiarato di credere nell\u2019estinzione della nostra specie. Non avverte un paradosso, un cortocircuito tra il pessimismo della sua affermazione e l\u2019involontario ottimismo che la semantica della stessa parola \u201cricostituente\u201d sembra suggerire? E come se la immagina questa \u201cfine elegante\u201d che, a proposito dell\u2019estinzione, ha pi\u00f9 volte chiamato in causa?<\/strong>
P.A.<\/strong>: Io non credo affatto che si tratti di una constatazione pessimistica. Tutte le specie si estinguono, tutte le persone muoiono e molto si \u00e8 parlato di come dobbiamo cambiare la nostra attitudine nei confronti della morte. C\u2019\u00e8 sempre un momento nella vita di ognuno in cui iniziamo a pensare alla morte, alla nostra mortalit\u00e0 e a quello che si vuole lasciare ai posteri. Credo che come specie dobbiamo fare la stessa cosa. Pensare che non ci estingueremo mai \u00e8 una negazione, possiamo rifletterci e possiamo pianificare come farlo, pensando a quello che vogliamo che sia il nostro lascito. Mi chiedo sempre: vogliamo che la prossima specie dominante pensi a noi come noi facciamo con i dinosauri, i quali avevano un cervello piccolo in un grande corpo? Oppure vogliamo che pensino a noi come esseri compassionevoli, che magari non sono intelligenti come loro ma almeno hanno provato a fare del loro meglio? Cosa vogliamo lasciarci alle spalle, un po\u2019 di bellezza, di poesia, di amore? Oppure vogliamo mostrargli che avevamo un piccolo cervello in un grande corpo? \u00c8 realmente cos\u00ec, non c\u2019\u00e8 pessimismo, \u00e8 esattamente l\u2019opposto. I designer danno il meglio di s\u00e9 quando hanno delle limitazioni, quando hanno dei vincoli. Allora, progettiamo qualcosa di grande. Come sar\u00e0? Ancora non lo so. Non \u00e8 qualcosa che si pu\u00f2 progettare adesso, \u00e8 un processo che si pu\u00f2 avviare per poi vedere ci\u00f2 che succede.<\/p>\n\n\n\n

Tra le installazioni commissionate dalla Triennale, Ore Streams<\/em> dei Formafantasma rifiuta lo stereotipo che identifica i rifiuti elettronici con uno scarto, equiparandoli a un materiale a tutti gli effetti. Qual \u00e8, dal suo punto di vista, il vero rifiuto e\/o spreco dell\u2019Antropocene che non siamo abituati a considerare come tale? <\/strong>
P.A.<\/strong>:\u00c8 interessante: \u00e8 quello che ancora non conosciamo. A oggi quello che \u00e8 diventato folle \u00e8 la plastica monouso. Non sono solo le cannucce, ma tutti i contenitori che utilizziamo ogni singolo giorno. Alla fine di ogni giornata guardo il mio cestino \u2012 gli americani non sono molto consapevoli circa i rifiuti \u2012 e io sono sempre sconcertata. Un altro a cui penso sono i vestiti. Oggi sul sito di Broken Nature<\/em> abbiamo pubblicato un\u2019intervista a Cristina Gabetti. Ne sono molto orgogliosa: Cristina dice tra le varie cose che lei tiene i suoi vestiti per moltissimi anni, e anch\u2019io faccio cos\u00ec. Credo che il concetto di consumo sia una delle idee che dobbiamo cancellare. Io credo che cambiando il linguaggio si possano cambiare le menti: per questo non uso le parole consumatori, consumo o consumare, e quando dico che non lo faccio non lo faccio veramente. Credo che se iniziamo a pensare alle persone come cittadini, utenti, maker, interpreti e non come consumatori faremo le cose in maniera diversa. Rendiamoci parte della natura e non qualcosa di esterno a essa. Mi rendo conto che non ho risposto alla sua domanda. In realt\u00e0, ho un altro esempio in mente e non ci avevo pensato fino a ora. A ognuno di noi si raccomanda di usare la crema solare. Ma le creme solari sono derivati del petrolio, e formano una pellicola sugli oceani che filtra i raggi UV e danneggia le creature malate. Per questo, lo studio olandese B\u00e9len ha sviluppato dei tessuti che filtrano i raggi UV, funzionando di fatto come creme solari.<\/p>\n\n\n\n

Lei \u00e8 stata la prima a insegnarci che il progetto non \u00e8 altro che un\u2019interfaccia capace di mediare tra l\u2019innovazione tecnica e tecnologica e i bisogni e le aspettative umane. Oltre al design speculativo, oltre al biodesign, \u00e8 possibile riprogettare le nostre interfacce per renderle capaci di far sviluppare empatia, legami, unit\u00e0 tra le persone e ottenere \u2013 non solo invocare \u2012 il cambiamento? Tra il pragmatismo che ci \u00e8 richiesto, il pragmatismo magico che avete invocato nel simposio di Broken Nature<\/em> e la narrativa come possibile via d\u2019uscita speculativa, che soluzione possiamo immaginare per cambiare le cose? \u00c8 una follia o \u00e8 possibile?<\/strong>
P.A.<\/strong>: Non \u00e8 impossibile e ne abbiamo moltissimi esempi nella mostra, come videogame o esempi di speculative design che indagano le risorse alimentari. Ancora una volta, tutto ci\u00f2 riguarda la possibilit\u00e0 di cambiare mentalit\u00e0 lentamente ma velocemente. Non voglio essere stucchevole, ma credo che i bambini possano essere molto influenti. Penso sempre a come ha preso piede la campagna per smettere di fumare: da una parte c\u2019\u00e8 stata una modifica nella legislazione, dall\u2019altra ci sono stati i bambini che dicevano ai genitori quanto fossero disgustosi quando fumavano. Per questo ritengo che sia importante ricevere pressioni sia dal gruppo di pari che da altri gruppi. Credo che il design possa davvero cambiare le mentalit\u00e0, una per una, lentamente ma velocemente.<\/p>\n\n\n\n

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XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano. Broken Nature. Futurefarmers (Amy Franceschini), Seed Journey, 2016-in progress. Photo Martin Hoy. Courtesy Futurefarmers<\/em><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n

Il percorso espositivo di Broken Nature<\/em> si conclude con i lavori della fotografa americana Laura Aguilar. Cosa suggeriscono le immagini in merito al travagliato rapporto tra uomo e natura? Quale il messaggio, la corda emotiva che vorrebbe stimolare nei visitatori?<\/strong>
P.A.<\/strong>:Il motivo per cui Laura arriva alla fine c\u2019entra con la constatazione che siamo molto empatici con gli animali, gli uccelli, le balene, i delfini, ma non lo siamo allo stesso modo con le pietre e le rocce. La cosa splendida di Laura non \u00e8 soltanto quanto sia meraviglioso il suo corpo, e non solo perch\u00e9 \u00e8 il suo e di nessun altro, ma anche il fatto che avesse dichiarato di identificarsi nei macigni. Credo che questo tipo di connessione sia molto toccante, oltre al fatto di connettersi con altri esseri umani considerando belli sia loro che la loro esistenza.<\/p>\n\n\n\n

Infine, una domanda su Milano. Come \u00e8 stato questo ritorno a casa? La considera ancora la capitale del design globale? Come pu\u00f2 proiettarsi oltre il protagonismo del mobile e del prodotto?<\/strong>
P.A.<\/strong>:Sono assolutamente d\u2019accordo e sono parecchi anni che ne parlo a chiunque voglia ascoltarmi. La settimana del design di Milano non dovrebbe essere solo la settimana del mobile, ma dovrebbe esserlo con tutti i tipi di design come lo stiamo intendendo qua [a New York, N.d.R.<\/em>], con il design dell\u2019interfaccia, dell\u2019informazione, della comunicazione, dei videogiochi, dell\u2019architettura e dell\u2019urbanistica. Questo \u00e8 l\u2019unico modo per garantire che il primato che Milano ancora ha resti in futuro. Perch\u00e9 il design non \u00e8 pi\u00f9 solo mobile e l\u2019Italia non \u00e8 pi\u00f9 soltanto mobile! L\u2019Italia si rifiuta di accettare che esistano tantissimi progettisti eccezionali che non fanno mobili e che sono sia in Italia che in giro per il mondo. Io parlo sempre di Giorgia Lupi che \u00e8 una superstar qui a New York ed \u00e8 anche lei un\u2019italiana emigrata qui, ma ce ne sono anche in altri tipi di design. Servono poi delle azioni coordinate: si tratta anche di far s\u00ec che gli alberghi non si permettano di quadruplicare le tariffe durante il Salone del Mobile, si tratta di creare delle infrastrutture che permettano ai designer che non hanno un sacco di soldi di venire. Credo che la gestione del sindaco Beppe Sala possa rendere questo sogno fattibile, ma se non ci si allontana un po\u2019 da questa idea del Made in Italy, della moda, del mobile e del doppio petto blu, mi sa proprio che siamo nei guai.<\/p>\n\n\n\n

Pubblicato sul numero 48 di Artribune magazine e su Artribune.com<\/a><\/em> il 6 marzo 2019<\/em><\/p>\n\n\n\n


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