{"id":3189,"date":"2018-06-24T14:04:42","date_gmt":"2018-06-24T14:04:42","guid":{"rendered":"https:\/\/giuliazappa.net\/conserve-la-jerusalem-design-week-allinsegna-di-una-conservazione-radicale\/"},"modified":"2018-06-24T14:04:42","modified_gmt":"2018-06-24T14:04:42","slug":"conserve-la-jerusalem-design-week-allinsegna-di-una-conservazione-radicale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/giuliazappa.net\/en\/conserve-la-jerusalem-design-week-allinsegna-di-una-conservazione-radicale\/","title":{"rendered":"Conserve, la Jerusalem Design Week all\u2019insegna di una conservazione radicale"},"content":{"rendered":"
Preservare un\u2019identit\u00e0 come atto di coraggioso radicalismo. \u00c8 la tesi da cui si dipana l\u2019ultima Jerusalem Design Week, lo showcase del design israeliano che rifiuta il ruolo di vetrina per favorire, almeno per una settimana all\u2019anno, la creazione di progetti di ricerca.<\/strong><\/p>\n La conservazione come espressione di un\u2019attitudine radicale al cambiamento: \u00e8 la tesi, controintuitiva e controcorrente, che ha guidato l\u2019edizione appena conclusasi della Jerusalem Design Week (a cura di Tal Erez e Anat Safran), manifestazione di punta del design israeliano giunta quest\u2019anno alla sua terza edizione internazionale. Interamente finanziata con fondi pubblici, se si escludono i contributi degli sponsor tecnici, la settimana del design di Gerusalemme continua a rappresentare una formula inedita nello scenario mediorientale (e non solo) grazie alla capacit\u00e0 di articolare una proposta centrata non tanto sulle produzioni industriali o di nicchia del design locale, quanto sulla presentazione di lavori inediti, per lo pi\u00f9 sviluppati su commissione. Controintuitiva e controcorrente, dicevamo, eppure in linea con la dimensione antropologica del suo territorio di riferimento: nel paese in cui la narrazione collettiva si \u00e8 fatta un vanto della capacit\u00e0 di far fiorire nientemeno che il deserto, l\u2019audacia nell\u2019elaborare soluzioni imprevedibili nella sfida per la conservazione assume pi\u00f9 che altrove una valenza concreta e uno spunto di interesse.<\/p>\n GLI OMAGGI I PROGETTI
\nSenza tributi nostalgici ad una storia che non si pu\u00f2 cristallizzare, ma solo ripercorrere con la consapevolezza di quanto gli accadimenti siano sempre il frutto di una mediazione (se non di rocamboleschi interventi a gamba tesa), la Jerusalem Design Week ha declinato il senso di questa identit\u00e0 in divenire tra le sue differenti sezioni. Alcune, inevitabilmente, hanno fatto della storia cittadina il fulcro del proprio racconto: \u00e8 il caso di \u201cPro Jerusalem 100 years of preservation\u201d (a cura di Alexandra Topaz, Hadar Porat, Keren Kinberg), mostra dedicata alla rappresentazione di Gerusalemme e al ruolo chiave giocato dal protettorato britannico nel definirne l\u2019identit\u00e0 visiva. Un\u2019estetica, quella della citt\u00e0 tre volte santa, che contro le aspettative pi\u00f9 scontate legate ad un eterno immobilismo si rinnova nei progetti sviluppati dai designer (Oded Ben Yehuda, Grotesca Design, Rami Tareef, Ofri Lifshitz Zifroni, Magenta Workshop, Major Major Major Studio, Eliad Michli e Avior Zada), i quali usano la pietra e la ceramica per rivisitare arredo urbano, gadget e artefatti decorativi o anche i semplici simboli del suo immaginario (i palloncini di Factory of Gold di Guy K\u00f6nigstein). Globale e improntata all\u2019indagine speculativa \u00e8 invece l\u2019esposizione principale, \u201cThe Human Conservation Project\u201d (a cura di Tal Erez e Anat Safran), volta ad indagare gli scenari di un futuro in cui la nostra dimensione corporea e le nostre relazioni di prossimit\u00e0 vengono messe in crisi dall\u2019evoluzione del mondo e dalla sua sublimazione nella realt\u00e0 virtuale.<\/p>\n
\nLe molteplici visioni in mostra alimentano un sentimento a met\u00e0 strada tra l\u2019inquietudine e uno stato di sospensione epicurea: la spa in cui una macchina dell\u2019abbraccio ci infonde un benessere meccanico (Future Day Spa, di Lucy McRae), l\u2019applicazione machine-learning in cui uno specchio riflette il nostro viso confuso con quello di tutti i visitatori della mostra (Selective Reflection Mind, di Gal Sasson), le macchine per una mente migrata su cloud che vuole rivivere sensazioni fisiche (Nostalgia-Posthuman, di Elior Karmani e Johanna Pichlbauer), come anche la successione di ologrammi dei nostri stati energetici (Breaded Escalope, di Noga Shimshon) sono tutti progetti che sembrano confermare quanto la conservazione della specie umana abbia poco a che vedere con i clich\u00e9 di un ritorno ad un passato idealizzato, ad una ricongiunzione ideale con un presunto stato di natura. Contemplare questo orizzonte conturbante e un po\u2019 straniante aiuta a convincerci della radicalit\u00e0 insita nel nostro desiderio di conservazione. Sorge per\u00f2 un sospetto: cambiare pelle in maniera cos\u00ec radicale non finir\u00e0 per sovvertire in maniera irriconoscibile il mondo i cui viviamo, la nostra stessa ontologia? Riusciremo a riconoscerci dopo questo sforzo radicale per rimanere vivi? Un bello spunto su cui riflettere, soprattutto per una design week.<\/p>\n