{"id":3202,"date":"2018-01-25T15:40:09","date_gmt":"2018-01-25T15:40:09","guid":{"rendered":"https:\/\/giuliazappa.net\/se-amazon-fa-pure-i-mobili\/"},"modified":"2018-01-25T15:40:09","modified_gmt":"2018-01-25T15:40:09","slug":"se-amazon-fa-pure-i-mobili","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/giuliazappa.net\/en\/se-amazon-fa-pure-i-mobili\/","title":{"rendered":"Se Amazon fa pure i mobili"},"content":{"rendered":"<p><strong>Una probabile rivoluzione sta prendendo forma nel mondo del mobile. Soprattutto da quando Amazon si \u00e8 affacciata a questo settore del mercato.<\/strong><\/p>\n<p>Nel 1995 il pubblicitario e semiologo francese Jean-Marie Floch scrisse un saggio destinato a segnare la storia del marketing dell\u2019industria del mobile. In poche pagine riusc\u00ec in un\u2019impresa fino ad allora intentata: delineare l\u2019ideologia di consumo che si celava dietro l\u2019identikit dell\u2019acquirente medio di due grandi aziende europee del mobile, Ikea, all\u2019epoca non ancora il colosso egemonico che conosciamo adesso, e Habitat, marchio di arredo inglese affermato in moltissimi Paesi, tra cui la Francia. I mobili da \u201cgood design\u201d dell\u2019azienda svedese rappresentavano ai suoi occhi la scelta di chi \u201csi imbarca nella vita\u201d: la \u201cvalorizzazione critica\u201d che iscrivevano, diceva Floch, incarnava l\u2019opzione sottomessa all\u2019interesse e al calcolo di chi si si trovava, giovane e squattrinato, a optare per quegli arredi basici, strettamente utilitari e destinati a incastrarsi in piccoli spazi. Nella sua \u201cvalorizzazione pratica\u201d, Habitat rispondeva invece alle esigenze delle giovani famiglie, economicamente pi\u00f9 solide e alla ricerca di mobili funzionali e robusti che potessero durare negli anni, sopravvivendo alle sollecitazioni spesso scalmanate e disattente della ancor pi\u00f9 giovane prole.<br \/>\nA distanza di oltre vent\u2019anni, fa sorridere ritrovare la stessa dicotomia, solo leggermente aggiornata ai nuovi profili sociologici oggi in voga, nel lancio di un\u2019azienda talmente rilevante da raccontarci, volente o nolente, qualcosa circa l\u2019andamento del mondo. \u00c8 infatti nientemeno che Amazon \u2012 la pi\u00f9 grande Internet company del mondo \u2013 ad aver lanciato qualche mese fa sul mercato americano i suoi primi due brand nel settore del mobile, Rivet e Stone&#038;Beam. Il suo ingresso ufficiale nel mondo dell\u2019arredo pu\u00f2 sembrare marginale rispetto ad altri progetti appena inaugurati dall\u2019azienda di Seattle (si pensi a Whole Foods o Treasure Trucks), che sembrano rendere sempre pi\u00f9 tangibile la sua aspirazione all\u2019oligarchia distributiva. Eppure l\u2019impatto di questi due nuovi competitor ha gi\u00e0 avuto il tempo di rivelarsi tellurico, se \u00e8 vero che, come hanno riportato diverse testate giornalistiche, gi\u00e0 a partire dal mese di novembre alcuni negozi online hanno registrato una contrazione del fatturato dal 4 al 6%: quanto basta, molto spesso, per limare gli utili e mettere in difficolt\u00e0 l\u2019interna sostenibilit\u00e0 economica.<\/p>\n<p>LE PROPOSTE<br \/>\nMa guardiamone l\u2019offerta. Rivet \u00e8 una collezione dedicata ai millennials: ispirata, come si legge nero su bianco sullo stesso sito, allo stile Mid-Century, di cui riprende l\u2019estetica depurandola di ogni connotazione specifica degli Anni Sessanta, propone mobili capaci di affermarsi come \u201csmall space solutions\u201d. Dalle lampade \u2013 industriali: ancora un genere da millennials? \u2013 fino alla \u201cwall art\u201d (forse necessaria per stemperare l\u2019anonimato grazie a qualcosa che, anche in virt\u00f9 della sua serialit\u00e0, finisce per rivelarsi altrettanto anonimo), la proposta di Rivet \u00e8 pensata per tutta la zona giorno pur non potendo vantare \u2013 almeno per il momento \u2013 una grande ampiezza di catalogo. Colori neutri, tarati intorno al blu, al beige e al grigio, sembrano evitare qualsiasi guizzo di personalit\u00e0, tanto dei consumatori che dei designer che, anonimi pure loro, hanno lavorato in chiss\u00e0 quale sconosciuto dietro le quinte. A emergere, allora, \u00e8 soprattutto la ricerca di un denominatore il pi\u00f9 ampio possibile, cos\u00ec da intercettare una base di consumatori numericamente consistente, quanto basta a giocare sui costi di produzione in modo tale da garantire prezzi pi\u00f9 bassi rispetto agli altri competitor. E poi, naturalmente, c\u2019\u00e8 il valore del servizio: la consegna gratuita (per chi ha sottoscritto Prime), nonch\u00e9 per la possibilit\u00e0 di recesso \u2013 sempre gratuita \u2013 fino a trenta giorni dalla consegna.<br \/>\nIl \u201cvalue for money\u201d di Rivet si contrappone invece alla solidit\u00e0 e a quel gusto classico contemporaneo che propone Stone &#038; Beam: sempre sobrissimi, questi \u201cnoticeable neutrals\u201d si caratterizzano per una trasversalit\u00e0 ancora maggiore \u2013 trattasi forse del classico divano senza infamia e senza lode, virtualmente per tutti? \u2013 e per una solidit\u00e0 certificata da una garanzia fino a tre anni. L\u2019equivalente di Habitat, Floch docet, ai tempi del tardo capitalismo e della competizione dell\u2019e-commerce.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.giuliazappa.net\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/Mobili-prodotti-e-venduti-da-Amazon.-Serie-Stone-Beam-.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"525\" class=\"alignnone size-full wp-image-226\" \/><\/p>\n<p>LA PRODUZIONE<br \/>\nChi produce, infatti, i mobili di Amazon? Non lo sappiamo, ne \u00e8 forse troppo importante, se con la nostra immaginazione riusciamo a identificare dei fornitori \u2013 anonimi pure loro \u2013 dispersi in chiss\u00e0 quale angolo del mondo. Niente a che vedere, allora, con il classico profilo della PMI anche italiana, quella che, pur giocando con i piccoli numeri, fa un vanto di non esternalizzare e produrre con il proprio marchio, esaltando il savoir faire dei propri artigiani e un\u2019originalit\u00e0 fatta di designer di grido e di tendenze pi\u00f9 o meno espressive che riesce a intercettare prima degli altri. Un Davide contro Golia? Apparentemente s\u00ec, se pensiamo al vantaggio competitivo della grande distribuzione ormai divenuta globale. Con qualche margine di riuscita strategica, per\u00f2, se pensiamo che l\u2019esistenza di nicchie di consumatori differenziate e sofisticate, la cui ragione di acquisto non \u00e8 troppo influenzata dal prezzo quanto da un afflato emotivo, pu\u00f2 essere pi\u00f9 che sufficiente ad animare un business ad alto tasso di personalit\u00e0. Meno, invece, per un prodotto meno differenziato e qualitativo. E cos\u00ec il quadro che ne emerge \u00e8, ancora una volta, un\u2019immagine fedele della nostra attualit\u00e0: una classe media schiacciata tra i due estremi, polarizzati tra consumatori di base da un lato e ricchi ed eccentrici acquirenti dall\u2019altro, e una forbice tra i due che si allarga sempre di pi\u00f9.<\/p>\n<p><em>Pubblicato su Artribune Magazine #41 e <a href=\"http:\/\/www.artribune.com\/progettazione\/design\/2018\/01\/amazon-mobili-arredamento\/\" rel=\"noopener\" target=\"_blank\">Artribune.com<\/a> il 25 gennaio 2018<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una probabile rivoluzione sta prendendo forma nel mondo del mobile. Soprattutto da quando Amazon si \u00e8 affacciata a questo settore del mercato. Nel 1995 il pubblicitario e semiologo francese Jean-Marie Floch scrisse un saggio destinato a segnare la storia del marketing dell\u2019industria del mobile. 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