{"id":3210,"date":"2017-12-01T11:52:36","date_gmt":"2017-12-01T11:52:36","guid":{"rendered":"https:\/\/giuliazappa.net\/e-se-i-robot-rubassero-il-lavoro-ai-designer\/"},"modified":"2017-12-01T11:52:36","modified_gmt":"2017-12-01T11:52:36","slug":"e-se-i-robot-rubassero-il-lavoro-ai-designer","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/giuliazappa.net\/en\/e-se-i-robot-rubassero-il-lavoro-ai-designer\/","title":{"rendered":"E se i robot rubassero il lavoro ai designer?"},"content":{"rendered":"
I camionisti sono destinati a sparire, sostituiti da trucks che si guidano da soli. Ma se succedesse pure ai designer?<\/strong><\/p>\n Automazione noli me tangere. Tra le professioni e i mestieri che rischiano di scomparire con l\u2019introduzione sempre pi\u00f9 capillare di algoritmi e robot nelle nostre filiere industriali, il designer sembra apparentemente al riparo dal rischio di estinzione. Creativit\u00e0, empatia, un ruolo innato da mediatore \u2013 chi altro, del resto, pu\u00f2 sviluppare e gestire quell\u2019interfaccia che fa interagire l\u2019umano con il robot? \u2013 l\u2019hanno sempre reso, oggi come ieri, una delle figure cardine dei processi di innovazione. Eppure qualcosa si muove, se \u00e8 vero che in uno scenario dove le macchine stanno imparando non solo a compiere azioni meccaniche, ma anche ad anticipare soluzioni e comportamenti, la sorpresa di qui a qualche decade potrebbe risultare sgradita. LA PARABOLA DEI CAMIONISTI<\/strong> MORS TUA VITA MEA<\/strong> MA CHE C\u2019ENTRANO I DESIGNER?<\/strong> IL DESIGN DI PRODOTTO ANTICIPATO DA UNA MACCHINA<\/strong> CHI RESTA E CHI SALTA<\/strong>
\nPredire il futuro \u00e8 spesso una speculazione tra le pi\u00f9 fumose e incerte. Eppure gli indizi che gi\u00e0 disseminano il presente, fatti non di numeri (troppo presto per disporre di cifre) ma di accadimenti disseminati tra le avanguardie sul campo, possono offrirci qualche buona pista per comprendere il profilo occupazionale dei designer di domani. Da non leggere necessariamente in maniera apocalittica (oppure s\u00ec?) ma da tenere in conto per capire come si sta evolvendo questa specifica professione. E quali delle sue branche potrebbero trasformarsi in una piccola riserva indiana, almeno per come le abbiamo conosciute finora.<\/p>\n
\nIn principio erano i camionisti americani, ci suggerisce Riccardo Staglian\u00f2 nella sua ultima fatica editoriale, Al posto tuo (Einaudi, 2016). Categoria compatta, altamente sindacalizzata, sostenitrice di quel Donald Trump che, tra le sue vacue promesse, aveva fatto leva sulla rilocalizzazione come strategia per accaparrare i consensi (e placare le ansie) della middle class americana, i suoi tre milioni e mezzo di aderenti non avrebbero mai immaginato che il loro preziosissimo ruolo da traghettatori di merci in lungo e in largo per il Paese avrebbe potuto essere sostituito da una macchina. Il cambiamento, per\u00f2, sembra realmente alle porte e ha il volto delle vetture senza conducente: oggi i taxi, domani i trucks sulle autostrade degli States. Da oltre due anni, Uber (non a caso la startup pi\u00f9 ricca di tutti i tempi grazie a una capitalizzazione da 70 miliardi di dollari) sta testando a Pittsburgh, in Pennsylvania, un servizio di taxi senza conducente. Al momento sperimentale, poich\u00e9 \u2013 sebbene la vettura sia gi\u00e0 capace di guidare da sola \u2013 c\u2019\u00e8 ancora un conducente in carne ed ossa pronto a intervenire nel caso di incidente, dovrebbe essere presto ufficializzato come primo servizio di taxi driverless del mondo. Una visione, questa, coltivata da lungo tempo suo chief executive Travis Kalanick, che nel 2015 aveva lanciato una frase destinata a fare storia: \u201cSe in macchina non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 l\u2019altro tipo [il tassista, N.d.R.], il costo di prendere Uber sar\u00e0 pi\u00f9 basso che possedere una macchina\u201d. Alla faccia di una vasta schiera di tassisti, camionisti e indotto dell\u2019industria dell\u2019automotive (il buon vecchio rivenditore, ad esempio) che, a dispetto di ogni aspettativa, si appresta a suonare ben presto la campana a morto.<\/p>\n
\nCaso destinato a non fare scuola? Dipende da come vogliamo leggere i dati, almeno quelli generali legati all\u2019evoluzione della sfera occupazionale. Nel suo report dello scorso gennaio dal titolo A Future that Works: Automation, Employment, and Productivity, la pi\u00f9 grande societ\u00e0 di consulenza mondiale, McKinsey, ipotizza che da qui al 2065 saranno 1,2 i miliardi \u2013 non milioni, miliardi \u2013 i posti di lavoro persi a causa dell\u2019automazione. \u201cLavori meccanici\u201d, si potrebbe ribattere, \u201cche poco hanno a che vedere con le professioni sofisticate di chi per la propria educazione si \u00e8 impegnato e ha investito\u201d. Eppure non sono pochi gli analisti che, sulla base di alcuni indicatori, sembrano pronti a smontare anche questa granitica certezza. Pochissima, ad esempio, \u00e8 la forza lavoro creata dalle aziende nate sempre negli Stati Uniti \u2013 perlopi\u00f9 innovative, pensiamo ai giganti del tech \u2013 dopo il 2000: lo 0,5%. Certo, il dato non considera l\u2019indotto: come non contare tutte le schiere di social media manager che sono nate dietro a ogni dipendente di Facebook? Secondo questa prospettiva, i numeri potrebbero leggermente cambiare, anche se non siamo sicuri che la dimensione della \u201cGig economy\u201d, alias la cosiddetta economia dei lavoretti, permetta una leale equiparazione dei profili occupazionali.
\nDel resto, in un suo celebre saggio degli Anni Trenta, Economic Possibilities for our Grandchildren, anche Keynes aveva previsto che le sciagure della disoccupazione da tecnologia avrebbero potuto avere una ripercussione sui profili occupazionali ben pi\u00f9 temibile di quelle della Grande Depressione. Un esempio paradigmatico, e qui ci avviciniamo al profilo dei designer, \u00e8 quello degli sviluppatori software. Uno studio destinato a fare scuola, il 2013 Oxford Martin School Study, sostiene che il loro lavoro potrebbe essere presto interamente automatizzato. A esserne responsabile \u00e8 la cosiddetta \u201cmachine learning\u201d, quel processo informatico in cui gli algoritmi non si limitano a eseguire un comando, ma arrivano a suggerire previsioni sulla base dei dati a loro disposizione. Nel loro caso specifico, un algoritmo potrebbe ben presto riuscire non solo a individuare i bug meglio di uno sviluppatore software umano, ma potrebbe anche arrivare a scrivere un codice ottimale \u2013 pi\u00f9 corto, efficiente, robusto \u2013 sulla base dei parametri settati dal programmatore. Qualche numero? Una ricerca citata nello studio della Oxford Martin School sostiene che \u201calgoritmi sofisticati potrebbero sostituire approssimativamente 140 milioni di lavoratori fulltime nel mondo\u201d. Anche qui, chi l\u2019avrebbe mai detto?<\/p>\n
\nQuest\u2019anno il Vitra Museum di Weil am Rhein ha inaugurato, fra le altre, la mostra Hello, Robot. Design between Human and Machine, a cura di Am\u00e9lie Klein, Thomas Geisler, Marlies Wirth e Fredo de Smet. A far parlare di s\u00e9 non \u00e8 stata soltanto l\u2019accurata ricostruzione degli scenari della robotica dal volto umano \u2013 assistenti industriali, domestici o per la terza et\u00e0, per fare qualche esempio \u2013 o il ruolo che i designer assumono per configurarli, ma anche il catalogo dell\u2019esposizione. Dove sta la sorpresa? Curato dall\u2019agenzia berlinese Double Standard, il volume non \u00e8 stato impaginato da un umano, bens\u00ec da un \u201crobot\u201d. Il compito del graphic designer si era limitato a settare i parametri grafici di riferimento \u2013 font, colori, griglia, immagini di accompagnamento al testo \u2013 mentre la macchina ha svolto la parte pi\u00f9 meccanica e ripetitiva del lavoro, quella della composizione di ogni singola pagina. Indesign e grafici impaginatori bye bye: una tendenza destinata a radicarsi? C\u2019\u00e8 da scommetterlo, se i software di impaginazione automatica gi\u00e0 disponibili sul mercato diventeranno via via accessibili, finendo per allargarsi a un pubblico di utilizzatori sempre pi\u00f9 vasto, per poi imporsi magari come il prossimo standard.
\nUna strada, questa, che il webdesign sembra aver anticipato. Se un tempo l\u2019ottima conoscenza del codice era una conditio sine qua non per sviluppare le pagine di un sito Internet, oggi numerosi programmi online dotati di impaginatori visuali \u2013 pensiamo a Squarespace, al celebre Wix o ai template a pagamento di WordPress \u2013 hanno reso la realizzazione di un sito web pi\u00f9 che dignitoso alla portata di tutti quelli che sanno scegliere da un menu a tendina o fare drag-and-drop. Con una progressiva erosione dell\u2019offerta occupazionale meno specializzata.
\nSu questo fronte c\u2019\u00e8 chi ha gi\u00e0 sperimentato il comportamento di un software capace di annullare la presenza dei webdesigner con risultati tutto sommato soddisfacenti. Concepito dal designer e ingegnere Jon Gold, The Grid \u00e8 stato presentato come \u201cun sito web [a essere pi\u00f9 precisi, un CMS \u2013 Content Management System, N.d.R.] di intelligenza artificiale che progetta se stesso\u201d. Condividendo i propri contenuti sulla piattaforma, \u201cMolly\u201d \u2013 questo il nome dell\u2019algoritmo sublimato sotto le vesti di un\u2019impeccabile e accattivante assistente (mutatis mutandis, la \u201cHer\u201d del film di Spike Jonze?) \u2013 riesce a valutare la tipologia di contenuto testuale, ritagliare le immagini in modo accurato e implementare il miglior template da utilizzare per ogni specifico sito, permettendo poi l\u2019upload sul dominio di ogni utilizzatore.<\/p>\n
\nDelegare i compiti meccanici alla macchina, per riservare all\u2019uomo quelli creativi. Un\u2019ipotesi gi\u00e0 fattibile, come abbiamo visto, e senz\u2019altro affascinante, se il risultato ci permette di liberare la nostra routine lavorativa dai compiti pi\u00f9 noiosi. Eppure la linea di separazione tra cosa sia un compito creativo e cosa non lo sia potrebbe non essere cos\u00ec manichea.
\nOggi esistono gi\u00e0 dei software di modellazione in grado di non solo di sintetizzare un disegno tecnico (pensiamo ai classici CAD) ma anche di \u201coffrire vere e proprie dritte\u201d ai designer di prodotto, anticipando le soluzioni progettuali ritenute pi\u00f9 performanti. E se al designer resta il compito di decidere se siano abbastanza creative, stiamo certi che l\u2019ammontare di informazioni dalle quali sono ricavate (non siamo ancora ai big data, ma il concetto \u00e8 quello) forniscono intuizioni verificate a cui l\u2019uomo potrebbe difficilmente arrivare, almeno nell\u2019arco di una finestra temporale cos\u00ec corta.
\nNel campo del prodotto, \u00e8 la societ\u00e0 statunitense Autodesk che si appresta a scatenare una rivoluzione. Il loro Dreamcatcher \u00e8 un programma di design generativo pensato per aiutare i designer a individuare le configurazioni e relative tenute strutturali di un oggetto di qualsiasi tipo. Sembra troppo astratto? Pensiamo ad un esempio pratico, quello che il team di Autodesk Dreamcatcher utilizza per spiegare l\u2019utilit\u00e0 della sua automazione. Tra dieci anni, nella loro visione sar\u00e0 possibile per i non addetti ai lavori sedersi a un tavolo e disegnare un\u2019automobile efficiente e performante, pronta per andare in produzione. Ma chi pu\u00f2 garantire per la sua stabilit\u00e0 e performance? Naturalmente il software che, a partire dagli obiettivi e dagli input settati dagli utilizzatori, riesce rapidamente a sintetizzare centinaia di realistiche configurazioni.
\nIl primo risultato alla base di questa sperimentazione \u00e8 gi\u00e0 tra noi e si chiama \u201cLa Bandita\u201d. Progettata dallo spin off di Autodesk Hackrod \u2013 sul loro sito promettono nientemeno che una nuova rivoluzione industriale \u2013 e lanciata come primo esempio di vettura realizzata dall\u2019intelligenza artificiale, si distingue per uno chassis interamente progettato con Dreamcatcher. L\u2019elaborazione dei dati raccolti dai sensori installati sul primo prototipo ha permesso di ottimizzare la struttura del telaio, risparmiando in prototipazione e ore di guida in fase di testing. A trarne vantaggio, paradossalmente, \u00e8 anche l\u2019aspetto creativo, che si apre a ipotesi formali \u2013 tutte vagliate dal software e quindi realisticamente implementabili \u2013 forse inimmaginabili per il designer di turno.<\/p>\n
\nColti, tecnicamente preparati, \u201ccreativi\u201d per antonomasia, pronti ad abbracciare l\u2019innovazione. Ebbene, tutto questo potrebbe non bastare per assicurarsi un lavoro come designer, se la temibile accoppiata fra automazione user-friendly e crescita dei prosumer continuer\u00e0 ad andare a braccetto. Chi potrebbe avere qualche chance in pi\u00f9 di assicurarsi un lavoro in questo distopico domani? Nel suo report del 2016 The Future of Job, il Word Economic Forum \u00e8 pronto a scommettere sul design thinking, inteso non tanto e non solo come attivit\u00e0 di problem solving \u2013 in questo, l\u2019abbiamo visto sopra, potrebbero pur sempre aiutarci le macchine \u2013 ma soprattutto come capacit\u00e0 di un umanissimo pensiero critico. Ci salveranno l\u2019empatia, il networking e le emozioni, quelle con cui i robot pi\u00f9 avanzati stanno soltanto adesso iniziando a confrontarsi? Ebbene, di fronte a un software che sa anticipare soluzioni innovative ma non ha gli strumenti per decidere quale sia la pi\u00f9 congeniale e creativa \u2013 come si definisce del resto la creativit\u00e0 attraverso un programma? \u2013, proprio questa potrebbe rappresentare la nostra probabile happy end.<\/p>\n