{"id":3221,"date":"2017-07-07T12:51:22","date_gmt":"2017-07-07T12:51:22","guid":{"rendered":"https:\/\/giuliazappa.net\/dont-do-it-yourself-per-farla-finita-col-fai-da-te\/"},"modified":"2017-07-07T12:51:22","modified_gmt":"2017-07-07T12:51:22","slug":"dont-do-it-yourself-per-farla-finita-col-fai-da-te","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/giuliazappa.net\/en\/dont-do-it-yourself-per-farla-finita-col-fai-da-te\/","title":{"rendered":"Don\u2019t do it yourself. Per farla finita col fai-da-te"},"content":{"rendered":"<p><strong>La logica del fai-da-te \u00e8 ancora vincente? Oppure \u00e8 giunto il tempo di puntare su nuovi approcci, basati su un parziale ritorno alla specializzazione? Qualche spunto per riflettere, a partire dal design.<\/strong><\/p>\n<p>La messa in discussione di un movimento pu\u00f2 passare da un siparietto inaspettato in uno show televisivo? Si accettano scommesse. Mentre riflettiamo, proviamo per un momento a fidarci dell\u2019intuito di Ellen DeGeneres, grande stand-up comedian e presentatrice televisiva americana. Solo pochi mesi fa, il suo\u00a0<em>The Ellen DeGeneres Show<\/em>\u00a0ha mandato in onda un servizio esilarante dal titolo\u00a0<em>Don\u2019t Do It Yourself<\/em>, dove le immagini inequivocabili di prese collocate a due centimetri da un rubinetto, porte forate per potersi aprire senza incappare nelle sporgenze di un water e campanelli da suonare mettendo in contatto due cavi elettrici non avevano bisogno di ulteriori commenti per mettere in ridicolo la contagiosa brama del \u201cfai da te\u201d \u2013 o meglio dovremmo dire di DIY, dal nome del movimento per l\u2019autoproduzione che da fenomeno generazionale si \u00e8 attestato, almeno secondo alcuni, a premessa necessaria per il deflagrare di una nuova rivoluzione industriale.<br \/>\nInsomma, stando alle parole di una beffarda DeGeneres, alle volte chiamare qualcuno \u00e8 meglio che fare da soli. Uno spunto non dissimile, per quanto pi\u00f9 declinato e forse persino pi\u00f9 paradossale, \u00e8 quello che ci giunge da una mostra sul fenomeno DIY prodotta da due grandi musei europei dedicati all\u2019arts&amp;crafts, il MAK di Vienna e il Br\u00f6han Museums di Berlino.\u00a0<em>Do It Yourself Design<\/em>\u00a0\u2013 questo il titolo dell\u2019esposizione a cura di Tobias Hoffmann, Katleen Arthen, Sebastian Hackenschmidt, Thomas Geisler e Martina Fineder \u2013 ha ricostruito lo scenario e i progetti preminenti che hanno dato forma al movimento dalla fine dell\u2019Ottocento a oggi. Tra i mobili da autoassemblare di\u00a0<strong>Richard Riemerschmid<\/strong>, gli eterni manuali di\u00a0<strong>Enzo Mari<\/strong>\u00a0e\u00a0<strong>Victor Papanek<\/strong>, fino alla raccolta dei cinquanta progetti di artisti e designer raccolti nel celebre volume\u00a0<em>DIY<\/em>\u00a0edito da Phaidon, non \u00e8 mancato lo spazio per una posizione critica che, prendendo a prestito le parole dell\u2019artista americana\u00a0<strong>Lisa Anne Auerbach<\/strong>, \u00e8 caduta ancora una volta sotto l\u2019etichetta del DDIY.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.giuliazappa.net\/wp-content\/uploads\/2017\/07\/Dalla-puntata-Don\u2019t-Do-It-Yourself-del-The-Ellen-DeGeneres-Show-1.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"410\" class=\"alignnone size-full wp-image-138\" \/><\/p>\n<p><strong>LE CONSEGUENZE DEL DIY<\/strong><br \/>\nLo spirito del DIY, dice Auerbach, sarebbe stato oramai completamente recepito dalle grandi corporation, che ci invitano ad acquistare nuovi utensili e materiali per il fai da te che poi non siamo in grado di usare. \u201c<em>Le aziende che promuovono il D.I.Y. hanno cooptato il nostro\u00a0<\/em>spirited movement<em>\u00a0usando lo stesso nome<\/em>\u201d, scrive Auerbach sul sesto numero del\u00a0<em>Journal of Aesthetics and Protest<\/em>, \u201c<em>trasformando un\u2019etica idealistica, anti-consumistica, proindipendente, proattiva in un\u2019opportunit\u00e0 di shopping<\/em>\u201d. Al grido di DDIY, l\u2019artista losangelina sembra piuttosto invocare la necessit\u00e0 di delegare, favorendo la cooperazione e il ritorno, quando necessario, al primato degli specialisti: \u201c<em>\u2018Don\u2019t Do It Yourself\u2019 \u00e8 il nostro nuovo grido di battaglia. D.D.I.Y. significa lavorare con amici, assumere un professionista, consumare con buonsenso e coscienziosamente. Facciamo quel che facciamo meglio, facciamo quello che sappiamo fare, mentre permettiamo ad altri di aiutarci in quello per cui non siamo attrezzati<\/em>\u201d. Un ritorno necessario alla specializzazione nel mondo del lavoro? O forse una critica che possiamo allargare anche all\u2019etica\u00a0<em>prosumer<\/em>, che a forza di progetti\u00a0<em>user-generated<\/em>\u00a0ha ridotto il contributo dei professionisti in cambio di contenuti tutto sommato discutibili?<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" width=\"560\" height=\"315\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/MsCZi9q9Fz0\" frameborder=\"0\" allow=\"autoplay; encrypted-media\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p><strong>AUTOPRODUZIONE E CRISI<\/strong><br \/>\nPer continuare a riflettere, vale la pena di ricordare che il paradigma dell\u2019autoproduzione \u00e8 sempre riemerso quando una crisi economica \u2013 gli Anni Trenta, i Settanta e infine l\u2019eterna stagnazione del presente \u2013 ha scosso lo status quo e le certezze che i principali attori economici avevano dato per acquisite, cancellando modelli, filiere e rapporti di forza consolidati. Ma se negli Anni Settanta il DIY era soprattutto un grido di accusa contro la mancanza di un rapporto con il consumatore nell\u2019industria di massa, oggi l\u2019autoproduzione dal basso si afferma non soltanto come processo di emancipazione dei consumatori, ma innanzitutto come uno strumento possibile in mano ai progettisti esclusi dal mercato \u2013 in primis i giovani designer iperscolarizzati e ahinoi inoccupati o disoccupati \u2013 per aggirare le limitazioni imposte da un sistema economico che non riesce pi\u00f9 ad assorbirli. La spinta al fare, dunque, come opportunit\u00e0 per ripartire. Passando attraverso l\u2019affiancamento di savoir faire pratico e intellettuale, nonch\u00e9 attraverso l\u2019accorpamento di tutte le fasi progettuali e produttive della filiera, incluse la comunicazione e la distribuzione, sotto l\u2019egida di un solo maker e decisore. Un prodotto-servizio trasversale gestito attraverso un processo di cosiddetto \u201clearning by doing\u201d di aspiranti lavoratori iperspecializzati, dunque. Che rischia per\u00f2, a dispetto del proliferare di manifestazioni di settore, di non raggiungere mai un\u2019adeguata massa critica e modello di business sostenibile.<br \/>\nMa \u00e8 dappertutto cos\u00ec? Indicatori interessanti, sotto questo profilo, ci arrivano dall\u2019Inghilterra, un Paese da decenni a bassissima vocazione manifatturiera che sta riscoprendo una significativa ondata di ritorno alle arts&#038;crafts da parte di novelli autoproduttori. I risultati \u2013 un\u2019economia da 3,4 miliardi di sterline l\u2019anno che ha superato la sua origine \u201chipster\u201d e la sua dimensione micro \u2013 hanno sorpreso tutti gli osservatori, come spiega il Guardian in suo articolo recente. Premessa necessaria a questa alta curva di crescita: l\u2019affermazione di un network trasversale che leghi e faccia collaborare designer altamente specializzati ma ad alto rischio di atomizzazione. La prima fiera di settore, Make:Shift, tenutasi a Manchester lo scorso novembre, sembra aver confermato come sia proprio questo network la garanzia per superare il rischio di episodicit\u00e0. E che sia proprio questa la via per catalizzare tale innovazione verso altri settori dell\u2019industria.<\/p>\n<p><em><br \/>\nPubblicato su Artribune mAgazine #34 e su <a href=\"http:\/\/www.artribune.com\/progettazione\/design\/2017\/07\/do-it-yourself-autoproduzione\/\" rel=\"noopener\" target=\"_blank\">Artribune.com<\/a> il 7 luglio 2017<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La logica del fai-da-te \u00e8 ancora vincente? Oppure \u00e8 giunto il tempo di puntare su nuovi approcci, basati su un parziale ritorno alla specializzazione? 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