{"id":3362,"date":"2014-03-31T07:37:05","date_gmt":"2014-03-31T07:37:05","guid":{"rendered":"https:\/\/giuliazappa.net\/arduino-elettronica-da-bar\/"},"modified":"2014-03-31T07:37:05","modified_gmt":"2014-03-31T07:37:05","slug":"arduino-elettronica-da-bar","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/giuliazappa.net\/en\/arduino-elettronica-da-bar\/","title":{"rendered":"Arduino, elettronica da bar"},"content":{"rendered":"

Altro che Silicon Valley. Siamo a Ivrea, patria della Olivetti, dove nel 2005 un docente di nome Massimo Banzi inventa l\u2019hardware che nel giro di qualche anno spopoler\u00e0 in tutto il mondo. Quando l\u2019eccellenza italiana nasce in provincia e diventa globale.<\/strong><\/p>\n

\u201cThe walls between art and engineering exist only in our minds\u201d, dice in uno spot della BMW Theo Jansen, padre putativo delle sculture cinetiche Strandbeest. La storia insegna che abbattere muri \u00e8 sempre stato un atto rivoluzionario, ma se la recentissima ossessione per la condivisione ha gi\u00e0 insegnato qualcosa, cultura dell\u2019open source e divulgazione tecnologica potrebbero presto ambire a gesti cos\u00ec epici.
\nA mettere insieme codice e bellezza ci ha infatti pensato il protagonista \u2013 tutto italiano \u2013 della rivoluzione dell\u2019Internet delle cose, Arduino. Perch\u00e9 \u00e8 naturalmente di \u201clui\u201d che stiamo parlando: vede la luce nel 2005 tra le mura dell\u2019Interaction Design Institute di Ivrea, spin off di Telecom nato dalle ceneri della Olivetti. Qui un docente allora sconosciuto, Massimo Banzi, progetta una nuova piattaforma hardware e software con l\u2019obiettivo di facilitare i suoi studenti nella realizzazione di piccoli progetti di elettronica: la programmazione del microcontrollore, vero e proprio cervello che analizza e processa le informazioni che i sensori captano dall\u2019ambiente esterno, diventa per la prima volta intuitiva e semanticamente vicina al nostro linguaggio naturale. Il suo nome? Italicamente, ha qualcosa della cultura del bar: deriva dall\u2019omonimo caff\u00e8 di Ivrea dove il team di sviluppo \u2013 oltre a Banzi, David Cuartielles, Tom Igoe, Gianluca Martino e Davide Mellissi \u2013 si ritrovava occasionalmente.
\nDal Canavese al resto del mondo il passo \u00e8 breve. L\u2019effettiva accessibilit\u00e0 della programmazione, l\u2019utilizzo di una licenza Creative Commons di tipo \u201cAttribution Share Alike\u201d, il basso costo della scheda e il rapido costituirsi di una community mondiale hanno di fatto trasformato Arduino in uno standard internazionale, oramai declinato tra venti schede disponibili (fino all\u2019ultima Galileo realizzata in collaborazione con Intel) sviluppate per andare incontro a campi di applicazione specifici. A proliferare, per\u00f2, sono stati soprattutto i prototipi che ormai si contano in migliaia di esemplari: dall\u2019abbigliamento ai gadget, fino alle installazioni multimediali, non c\u2019\u00e8 settore che sia stato risparmiato dall\u2019investitura DIY di questo protagonista intelligente del nuovo bricolage.<\/p>\n

Il bello, per\u00f2, viene adesso. Perch\u00e9 se programmare il software pu\u00f2 in fondo rivelarsi un gioco da ragazzi, pi\u00f9 difficile \u00e8 trasformare l\u2019interazione in qualcosa di pi\u00f9 di un semplice esercizio geek: luci interattive per l\u2019albero di Natale o termometri per misurare l\u2019umidit\u00e0 delle piante, niente di tutto questo \u00e8 destinato a cambiare il nostro orizzonte quotidiano, n\u00e9 a trasformarsi in un potenziale economico con vocazione d\u2019impresa. Andare oltre il solipsistico virtuosismo da smanettoni, per\u00f2, si pu\u00f2, e sono tre i settori che pi\u00f9 di altri ci hanno regalato applicazioni promettenti.
\nCominciamo dal mondo della tecnologia, e in particolare da quello delle stampanti 3d: sono proprio quelle pi\u00f9 celebri, come Rep Rap e Makerbot, a utilizzare Arduino. Ed \u00e8 ancora un altro campo tipicamente makers a farla da padrone: in ArduPilot, come dice il nome stesso, \u00e8 Arduino che controlla il volo dei droni domestici. Molti poi sono i progetti in divenire che stanno cercando finanziamento. Li scopriamo su Kickstarter, dove abbiamo trovato Lenzhound, un sistema di controllo remoto per le lenti delle telecamere.
\nCambiando orizzonte, \u00e8 il campo delle wearable technologies che si sta rivelando particolarmente fertile. Qui la scheda Lilypad, la pi\u00f9 \u201cfemminile\u201d nella famiglia Arduino, si innesta tra le maglie del tessuto per regalarci un mondo fatto di LED che si accendono e di colori cangianti che cambiano al variare del nostro umore. Senza precludere soluzioni di manifesta utilit\u00e0: l\u2019italianissima Plug\u2019n\u2019Wear, leader negli smart fabrics con applicazioni nel campo medicale e nei tessuti tecnici, ha progettato il Wearable Technology Kit in vendita sullo store online di Arduino. Grazie ai suoi sensori e attuatori indossabili, lo studio di soluzioni personalizzate nel campo design interattivo indossabile diventa alla portata di (quasi) tutti.
\nMa l\u2019ambito che forse pi\u00f9 degli altri ha da guadagnare dall\u2019applicazione della piattaforma \u00e8 proprio quello dell\u2019arte contemporanea. Ne sa qualcosa l\u2019artista Julian Koschwitz: la sua opera On Journalism #2, Typewriter filtra dalla Rete informazioni su giornalisti oggetto di aggressione nel mondo, e grazie ad Arduino ne rielabora i dati stampandoli, alla maniera di nuove storie generative, su un rullo di carta.<\/p>\n

E il design? Paradossale pensare che sia ancora alla ricerca delle sue potenzialit\u00e0 responsive. A volte, per\u00f2, \u00e8 riuscito a trovare la sua strada: ad esempio nei progetti interattivi di Studio Habit(s), che ha democraticamente rilasciato le istruzioni la costruzione della propria lampada Tickerkit, una veste di legno e luce per un cervello comandato da Arduino.<\/p>\n

Pubblicato su Artribune Magazine #17 e su Artribune.com<\/a> il 31 marzo 2014<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

Altro che Silicon Valley. Siamo a Ivrea, patria della Olivetti, dove nel 2005 un docente di nome Massimo Banzi inventa l\u2019hardware che nel giro di qualche anno spopoler\u00e0 in tutto il mondo. Quando l\u2019eccellenza italiana nasce in provincia e diventa globale. \u201cThe walls between art and engineering exist only in our minds\u201d, dice in uno … <\/p>\n