{"id":3368,"date":"2013-08-11T08:30:08","date_gmt":"2013-08-11T08:30:08","guid":{"rendered":"https:\/\/giuliazappa.net\/personal-fabrication-for-dummies\/"},"modified":"2013-08-11T08:30:08","modified_gmt":"2013-08-11T08:30:08","slug":"personal-fabrication-for-dummies","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/giuliazappa.net\/en\/personal-fabrication-for-dummies\/","title":{"rendered":"Personal Fabrication for Dummies"},"content":{"rendered":"

Vi \u00e8 gi\u00e0 capitato di avere per le mani un piccolo oggetto realizzato con una stampante 3d? Magari avrete condiviso il mio stesso pensiero: brutto, inutile, con un valore prossimo alla sorpresa di un uovo di Pasqua scadente. Certo, si potr\u00e0 ribattere, esistono progetti che con il loro glamour o la loro utilit\u00e0 hanno gi\u00e0 legittimamente fatto breccia, come la sedia Fanuc di Dirk Vander Koolj, o Roboand, la protesi customizzata per bambini nati senza dita.
\nLo scarto tra il brutto e il bello, l\u2019utile e il dilettevole \u00e8 solo episodico e fortuito? O lavora per tentativi, affinando sempre di pi\u00f9 il proprio equilibrio tra sperimentazione ed effettiva utilit\u00e0 di mercato? Per colmare la misura, e tentare di farsi le idee pi\u00f9 chiare intorno al mondo della personal fabrication, abbiamo diligentemente frequentato un workshop di 3dItaly, tra le prime societ\u00e0 in Italia a occuparsi del promettente mondo del fabbing, in questo caso divulgando la cultura e il know how dei makers a piccoli gruppi di aspiranti nerd.
\nRipetiamolo ancora una volta, a scanso di equivoci. La \u201cfabbricazione personale\u201d (o \u201cpersonal digital fabrication\u201d) prende piede all\u2019interno di piccole manifatture dotate di stampanti, fresatrici e scanner 3d che permettono a ciascuno di noi di trasformare dei dati (i bit) in oggetti (gli atomi). In concreto: in possesso di un file 3d scaricato da un sito con licenza copyleft \u2013 ad esempio thingiverse.com -, posso recarmi in un fab lab e stampare il mio inedito paio di occhiali, a vantaggio della totale personalizzazione dei miei gusti e delle mie necessit\u00e0. O sempre in concreto: animato da una nuova idea imprenditoriale, non ho pi\u00f9 bisogno di ingenti finanziamenti, ma posso facilmente lanciare una piccola serie di oggetti con costi ridotti e \u2013 se anche la psicologia conta \u2013 con un rinnovato protagonismo dovuto al controllo diretto dei mezzi di produzione.
\nCos\u00ec, se quest\u2019attitudine all\u2019autoproduzione prendesse piede, a essere smossa fin nelle sue pi\u00f9 profonde fondamenta sarebbe non solo la struttura della filiera industriale e il relativo presupposto dell\u2019economia di scala, ma anche la necessit\u00e0 stessa di una filiera distributiva. Facendo saltare tutti gli intermediari, dal grossista al commerciante al dettaglio. E rimettendo in discussione i presupposti di delocalizzazione che oggi ci appaiono scontati.<\/p>\n

\"\"
La sedia Fanuc di Dirk Vander Koolj<\/figcaption><\/figure>\n

Sbocciati sull\u2019onda lunga di un processo di innovazione nato al MIT gi\u00e0 dieci anni fa, i fab lab sono arrivati in Italia con un certo ritardo, ma iniziano a diffondersi con crescente capillarit\u00e0 sul territorio nazionale dando vita a community basate sui presupposti di collaborazione e condivisione. E qui troviamo forse il punto critico: condividendo come un credo indiscutibile l\u2019ideologia dello share, a essere monetizzati sono solo i costi di produzione legati ai macchinari, ma non la progettazione di idee, e quindi del file che ci sta dietro. Un presupposto che potrebbe funzionare se tutti, orizzontalmente, acquisissimo lo stesso know how operativo che va dal disegno dell\u2019oggetto, alla sua traduzione in 3d, fino alla sua realizzazione concreta con stampante e laser cut: ma l\u2019ennesima potenza del DIY, e quindi l\u2019assenza di una specializzazione verticale nel mercato della produzione, \u00e8 veramente qualcosa di realistico, e soprattutto auspicabile?
\nTorniamo per\u00f2 al punto iniziale: l\u2019esistenza di un\u2019opportunit\u00e0 tecnologica giustifica la sua utilizzazione da parte di una larga maggioranza? O meglio, se ho gi\u00e0 un fab lab dietro casa, devo necessariamente approfittarne per produrre quegli occhiali che un ottico mi rivender\u00e0 magari pi\u00f9 cari, ma con una manifattura incomparabilmente migliore? La risposta pi\u00f9 ovvia potrebbe essere no, ovviamente, con l\u2019unico alibi per la nostra coscienza ambientale che le stampanti 3d utilizzano per la maggiore una bioplastica, il PLA, che si pu\u00f2 rigenerare all\u2019infinito.
\nI tempi, allora, non sono ancora maturi. E come ci suggeriscono i ragazzi di 3dItaly, non tengono conto delle specificit\u00e0 locali, in primis il valore unico della manifattura artigiana italiana, che poco ha a che fare con la specificit\u00e0 anglosassone che permea la cultura dei makers, ma che sul lungo periodo pu\u00f2 rappresentare un\u2019opportunit\u00e0 di sviluppo ancora tutta da identificare e costruire.
\nRestando ancorati all\u2019oggi meglio guardare a quei piccoli mercati di nicchia che non hanno impatto sul nostro orizzonte quotidiano, ma che ci fanno veramente sognare un futuro diverso e migliore: droni low cost che distribuiscono farmaci nei territori coinvolti da un conflitto armato. Questi s\u00ec portatori di innovazione, bellezza e grande utilit\u00e0.<\/p>\n

Pubblicato su Artribune.com<\/a> l’11 agosto 2013<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

Vi \u00e8 gi\u00e0 capitato di avere per le mani un piccolo oggetto realizzato con una stampante 3d? Magari avrete condiviso il mio stesso pensiero: brutto, inutile, con un valore prossimo alla sorpresa di un uovo di Pasqua scadente. Certo, si potr\u00e0 ribattere, esistono progetti che con il loro glamour o la loro utilit\u00e0 hanno gi\u00e0 … <\/p>\n