{"id":3391,"date":"2010-09-17T12:57:44","date_gmt":"2010-09-17T12:57:44","guid":{"rendered":"https:\/\/giuliazappa.net\/why-design-now\/"},"modified":"2010-09-17T12:57:44","modified_gmt":"2010-09-17T12:57:44","slug":"why-design-now","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/giuliazappa.net\/en\/why-design-now\/","title":{"rendered":"Why Design Now"},"content":{"rendered":"\n
Il National Design Museum non smentisce, ancora una volta, l\u2019equilibrio collaudato del proprio punto di vista sulla disciplina: depurata di ogni personalismo, lontana da una ricerca formale pretestuosa e sensazionalistica, al contrario animata dalla consapevolezza di rappresentare uno strumento privilegiato – quanto mai necessario – di innovazione tecnologica e sociale. O che oggetti ipertecnologici, come automobili ibride (Idea plug-in hybrid electric fleet vehicle<\/em>di David Busch<\/strong> e Rollin Nothwehr<\/strong>) e cargo a zero emissioni (E\/S Orcelle<\/em> di Wallenius Wilhelmsen Logistics<\/strong>) convivano con artefatti volutamente low-cost e low-tech, come nel caso del Samarth bicycle trailer<\/em> (di Radhika Bhalla<\/strong>), un carrello multifunzionale per biciclette pensato per facilitare la vita di chi compie quotidianamente chilometri per l\u2019approvvigionamento di acqua o legna da ardere.
Un approccio da problem-solving<\/em>, non scontato in tempi in cui l\u2019obsolescenza programmata del design sembra aspirare a ritmi e modalit\u00e0 di consumo da fashion system. Ma, nella sua solida visione, Why Design Now?<\/em> appare soprattutto agli occhi del visitatore europeo come un concentrato di esperienza americana: c\u2019\u00e8 il pragmatismo che privilegia la funzione e il mercato, c\u2019\u00e8 il nesso imprescindibile con la scienza, c\u2019\u00e8 quell\u2019idea del “keep it simple<\/em>\u201d che si fa antidoto a una fruizione elitaria e che ambisce a tradursi in linguaggio di massa, a vantaggio del benessere allargato della comunit\u00e0.
L\u2019esposizione – curata da Ellen Lupton con Matilda McQuaid, Cara McCarthy e Cynthia Smith – articola il proprio showcase intorno ai temi di Energia, Mobilit\u00e0, Comunit\u00e0, Materiali, Prosperit\u00e0, Salute, Comunicazione e Semplicit\u00e0, senza soluzione di continuit\u00e0 tra successi planetari e prototipi di giovani laureati. Capita cos\u00ec che prodotti gi\u00e0 conclamati – si pensi a Twitter, all\u2019iPhone o a Kindle – possano coesistere nella stessa sezione con un orologio biologico artificiale (Artificial Biological Clock<\/em> di Revital Cohen<\/strong>), progettato per informare le donne sull\u2019opportunit\u00e0, sociale prima che fisica, di programmare la propria maternit\u00e0. <\/p>\n\n\n\n
Trasversale, e inevitabile, l\u2019attenzione verso la sostenibilit\u00e0 ambientale, che ricorre oltre che nella sezione Energia anche in quella relativa ai Materiali (tra cui VerTerra<\/em>, piatti biodegradabili ricavati dalle foglie di palma), alla Salute (Solvatten<\/em>, il purificatore per acqua alimentato con il solare, di Petra Wadstr\u00f6m<\/strong>), e alla Comunit\u00e0, ad esempio con H2Otel<\/em> (di Thomas Rau<\/strong>), hotel olandese che supplisce al proprio fabbisogno energetico sfruttando potenzialit\u00e0 e applicazioni dell\u2019acqua. Progetti, questi ultimi, destinati in buona misura a essere soppiantati nel 2013, quando la prossima triennale del Cooper Hewitt non mancher\u00e0 di presentarci artefatti di “buona volont\u00e0\u201d aggiornati a una release <\/em>successiva. Testimoniando, nuovamente, un approccio quanto mai pragmatico: che rinuncia al clich\u00e9 della “timeless elegance<\/em>\u201d, stando alle parole di Ellen Lupton nella prefazione al catalogo della mostra, a favore di una pi\u00f9 ragionevole “relative durability<\/em>\u201d orchestrata nello spazio del presente e del futuro prossimo.<\/p>\n\n\n\n