Tom Dixon. A bottega da se stesso

Non è infrequente che il destino di un’azienda si leghi a doppio filo con il profilo biografico del suo fondatore. Prendiamo ad esempio un outsider di successo. La carriera di Tom Dixon inizia con un pedigree poco raccomandabile: la passione irragionevole per musica e motori e l’insofferenza verso i percorsi obbligati delle istituzioni scolastiche e degli apprendistati.
Meglio fare da soli, scegliendo l’autoproduzione come strategia improvvisata per esprimere personalità e soluzioni fuori dagli schemi. Così, in un insospettabile parallelismo con lo spirito autarchico delle prime dotcom, il DIY (aka Do-It-Yourself) sbarca per la prima volta nel design inglese: a colpi di tentativi imprenditoriali, Tom Dixon avvia prima un negozio (Space), poi un’azienda (Eurolounge) per mettere in commercio i suoi prototipi in metallo curvato e plastica. Nel 2002 è la volta del marchio Tom Dixon: un brand pieno di intuizioni che giocano d’anticipo, dalla pubblicazione di cataloghi-magazine fino alla produzione di lampade on demand nei giorni del Salone del Mobile.
La svolta, però, arriva nel 2008, quando il marchio viene acquisito dalla società svedese di private equity Proventus, seguendo un meccanismo diffuso nel mondo della moda ma inedito nel campo del design. È di quest’anno, però, l’ultimo colpo di coda: insoddisfatto dei percorsi espositivi del Fuori Salone, Dixon si crea persino un nuovo distretto a sua immagine e somiglianza. Si chiama MOST, ed è stata la vera novità della settimana del design milanese targata 2012.

Pubblicato su Artribune Magazine #6 e su Artribune.com il 2 giugno 2012

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