Top e flop della design week 2017 a Milano. Le cose migliori e le peggiori secondo Artribune

Salone, gallerie private, marchi celebri e new entry. Il meglio e il peggio della Milano Design Week secondo l’insindacabile giudizio della redazione di Artribune.

 

TOP 1 – GALLERIA LUISA DELLE PIANE
Se il Salone ha oramai preso l’abitudine di cominciare, almeno simbolicamente, con Miart e la sua sezione “Object” dedicata al design da collezione, ecco allora che la palma incontrastata se l’aggiudica Galleria Luisa delle Piane. In mostra, non i soliti pezzi dal gusto anni ’50 a cui ci siamo abituati da qualche tempo (patinatissimi e accattivanti quelli di gallerie come Nero e Dimore), ma un accostamento inedito che definisce uno stile e un linguaggio anticipatorio: quello tra i mobili di Joseph Hoffmann del 1906 e i pezzi lampada-scultura di Andrea Anastasio insieme al tavolo della serie “Vapore” di Giacomo Moor.

 

TOP 2 – NENDO
Trecento persone attendono pazientemente in fila per entrare nello showroom di Jil Sander a via Beltrami. Cosa vogliono vedere? È il progetto a più alto tasso di sensazionalismo del Salone sebbene il suo segno sia caratterizzato da una poetica sottile e delicata. Lo firma studio Nendo con la mostra “Invisible Outlines” (chiaro gusto per gli ossimori che piace tanto al giapponese Oki Sato, secondo alcuni il più bravo designer vivente). Il pezzo forte, la serie di vasi gelatinosi immersi in un acquario (in realtà sono in silicone ultra-sottile) della serie “Jelly Fish”, che rievoca un mondo sospeso dove l’innovazione tecnologica non è gridata, bensì si cela dietro un’apparenza onirica ed evanescente di una forma in un tiepido ma costante movimento.

TOP 3 – POST HUMAN
Più che una mostra, un ragionamento. Nella sua storica sede di Ventura Lambrate, la service design company Logotel sostituisce ai classici progetti esposti in un percorso espositivo una serie di spunti – schede progetto con didascalia, video, questionari partecipati appesi al muro – che vogliono stimolare una riflessione partecipata sui nuovi scenari dell’ibridazione tra uomo e protesi tecnologiche. L’unico pezzo in mostra, però, è un’anticipazione sul futuro: un dialogo tra due macchine che si parlano tra di loro e che, arrampicandosi su due muri frontali, costruiscono progressivamente una volta di tessuto. Un domani, l’applicazione potrebbe essere campo dell’edilizia. Pensiamoci.

 

TOP 4 – IL VIDEO DI ATELIER CLERICI
Tra dibattiti e spunti senza soluzione di continuità, le proposte di Atelier Clerici ci hanno regalato molte suggestioni interessanti (segnaliamo la mostra Talisman curata da In Residence, e infine il lancio della Open Design School di Matera, appuntamento da tenere sott’occhio ben prima del 2019). Quello che vogliamo segnalare è però un video della collettiva della Design Academy Eindhoven: un time-lapse che ripercorre tutti i gesti – pressoché infiniti – che sono necessari per produrre e assemblare un telefono cellulare. Un antidoto contro l’appiattimento di sentimenti e consapevolezza che proviamo verso gli oggetti elettronici che ci circondano.

 

TOP 5 – FORNACE BRIONI e KARPETA
Una piccola storia virtuosa che racconta una strategia che il made in Italy dovrebbe perseguire, quella dell’innovazione attraverso il design. Di stanza nel mantovano, Fornace Brioni produce cotto da almeno qualche generazione. Ultimamente ha investito nel design, chiamando la grande designer Cristina Celestino a collaborare e innovare attraverso due nuove collezioni contemporanee. Risultato? Export impazzito anche verso paesi inimmaginabili come Australia e Nuova Zelanda. E poi chi l’ha detto che il design al Sud non può raggiungere vette di grande eccellenza, innovazione e ricerca di stile? Basterebbe pensare ai marchi calabresi Karpeta (tappeti) e Texturae (carta da parati).

Ps: Alcune menzioni speciali: i mobili in ottone e resina degli americani Apparatus esposti alle 5VIE, i vasi ispirati al Giappone di Philippe Nigro sempre alle 5VIE, la strepitosa installazione fatta di layer di vetro Decode/Recode di Luca Nichetto e Ben Gorham per Salviati a Ventura Centrale e la bellissima monografica sulla luce di Formafantasma da Spazio Krizia. Peccato, naturalmente, per tutti gli altri progetti che non siamo riusciti a vedere: a quando una meritata prossima volta?

 

FLOP 6 – SISTEMA SALONE
Quanto dobbiamo camminare? Tutti gli operatori concordano: la dimensione del Sistema Salone è una creatura senza controllo che obbliga ad uno slalom senza senso tra tantissime proposte, molte delle quali operazioni di puro marketing. A farne le spese sono soprattutto gli emergenti, che perdono visibilità se non sostenuti da un’adeguata comunicazione. Ulteriore segnale d’allarme: pare possibile che si guardi all’ultimo weekend della Biennale di Saint Etienne (chiuderà il 9 aprile) come ad una pausa riposante e raccolta dove gustarsi un design composto e ragionato? Attenzione: il troppo che stroppia potrebbe un bel giorno scoppiare.

 

FLOP 7 – D.156.3/811
Dietro questo numero di nasconde un’icona: dimenticata per anni, oggi è al centro di una controversia che è già finita sui banchi del tribunale. D.156.3 è il nome con cui il celeberrimo marchio di arredo Molteni celebra la riedizione di una poltrona di Giò Ponti. Peccato, però, che lo stesso modello sia stato ripresentato pure da un altro mostro sacro del design italiano, Cassina, questa volta sotto il nome di 811. Ma di chi è la poltrona, allora? Gli eredi del Maestro dicono di Molteni, sebbene Cassina sostenga che la seduta è da sempre un prodotto del proprio catalogo. A dirimere la controversia sarà un tribunale, che in questi giorni ha già intimato a Cassina di rimuovere la D.156.3/811 dalla vetrina del proprio showroom in via Durini. Peccato, però, che i toni della controversia abbiamo superato una linea di guardia, una sorta di codice di condotta che mai era stato improntato a tanto astio tra i grandi protagonisti del Made in Italy. L’ultimo sgambetto, un po’ troppo urlato, è stata una pagina pubblicitaria a sorpresa sul Corriere utilizzata da Cassina per promuovere la “sua” creatura a pochi giorni dal Salone. Staremo a vedere.

 

FLOP 8 – CARTIER
Il battesimo del grande marchio di gioielleria al Salone del Mobile convince per i pezzi della collezione ispirata ai chiodi e ad altri pezzi meccanici – soprattutto quando si parla delle creazioni meno tempestate di brillanti -, ma delude per l’allestimento: potrà anche fare sorridere, ma la corvette placcata color oro appesa al soffitto è e rimane un emblema di cattivo gusto. Possiamo sperare in un ritorno al vecchio status quo nella location di Garage San Remo?

 

FLOP 9 – FENOMENA
Alle spalle di Cartier, la mostra sul sensismo promossa dalle quattro promesse di The Ladies’ Room trasforma il tema del sensismo in una fenomenologia da boudoir. Peccato: belle le idee, belli gli spunti formali, ma perché ammiccare necessariamente ad un’accezione sensuale?

 

FLOP 10 – TROPPO POCO
Quanto durano le mostre al Salone? Ahimé, troppo poco, visto che nel migliore dei casi si va dal martedì alla domenica. Un massiccio investimento di risorse che si disperde proprio quando i visitatori sono sollecitati da troppo stimoli e la soglia dell’attenzione è inevitabilmente bassa. Vogliamo tenere le mostre aperte più a lungo? E, soprattutto, le vogliamo “condividere” anche fuori Milano? In tempi in cui la distanza tra centro e periferia crea distanze alla base di tante spirali retrograde, la cultura dovrebbe provare a colmare il divario attraverso la condivisione e la disseminazione nel territorio.


Pubblicato su Artribune.com il 10 aprile 2017

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