Classicità e arti decorative. Intervista a Barnaba Fornasetti

In occasione del ventennale dell’apertura al pubblico di Palazzo Altemps, la mostra “Citazioni Pratiche” instaura un dialogo inatteso – e inaspettatamente pertinente ‒ tra uno dei luoghi emblematici dell’architettura e dell’arte classica di Roma e la cultura tutta novecentesca e surrealista del milanesissimo marchio di arti decorative Fornasetti.

Nel 2013 è stata la volta di 100 anni di Follia Pratica, la prima grande mostra-tributo presso la Triennale dedicata all’opera omnia di Fornasetti, atelier fondato a Milano da Piero Fornasetti negli Anni ’50 del secolo scorso e oggi guidato dal figlio Barnaba. Alla fine del 2017, una nuova esposizione ricontestualizza questo importante patrimonio di mobili, complementi d’arredo e accessori in uno scenario diverso e solo apparentemente inaspettato. In occasione del ventennale dall’apertura al pubblico, la sede del Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps accoglie Citazioni Pratiche. Fornasetti a Palazzo Altemps, nuova consacrazione dell’identità irriducibile di Fornasetti, qui in un confronto hic et nunc con la città di Roma e con quell’ideale di classicità che più di qualsiasi altro luogo al mondo la Città Eterna incarna. In mostra, oltre ottocento pezzi selezionati tra le collezioni di Fornasetti si dispiegano tra i cortili e le stanze monumentali che un tempo furono di principi, cardinali e ambasciatori. Mettendo in scena un gioco di rimandi in cui a rincorrersi sembra essere lo stesso ideale di appropriazione e variazione sul tema che, in maniera solo all’apparenza impensabile eppure in fondo così ovvia, accomuna l’atelier meneghino alle botteghe di scultura della Roma antica.
Ne abbiamo parlato con Barnaba Fornasetti.

Dopo 100 anni di Follia Pratica, arrivano le Citazioni Pratiche. Cosa spiega la ricorrenza della parola “praticità” dell’identità di Fornasetti?
Mio padre riteneva che la progettazione di un oggetto non debba mai dimenticare la sua funzionalità: la praticità ne è un elemento costitutivo. Un mobile, ad esempio, può essere decorato fino al limite dell’eccesso, saturato di significati e messaggi emotivi, ma non può perdere la sua utilità: “Una sedia è fatta per sedersi e prima di tutto dev’essere comoda” ‒affermava. Ho sempre seguito questa strada, continuo a crederci fino in fondo e la predico anch’io. Il risvolto pratico, di qualsiasi attività si tratti, che sia anche divagazione creativa o speculazione intellettuale, è una connotazione che l’amico Stefano Bartezzaghi ha individuato come un tratto identitario della mia città e dei suoi abitanti: “Milano, la città degli arrapati pragmatici” è una sua definizione che trovo pertinente. Fornasetti è un nome storicamente legato a questa città, proprio a quella Milano originariamente fucina di idee e sperimentazioni creative che individuavano un felice connubio con il mondo pratico dell’industria.

Piero Fornasetti. Photo credit Ugo Mulas

Quella di Fornasetti è un’epopea tutta milanese, eppure le suggestioni della grandeur di Roma sembrano connotare da sempre lo sterminato archivio della vostra produzione, non fosse altro per i continui riferimenti all’architettura e alla prospettiva rinascimentale. Cosa si prova a esporre in un capolavoro della classicità quale Palazzo Altemps?
Fornasetti non è legata, come può sembrare, solo a Milano, ma più alla civiltà italiana, che ha la sua massima espressione estetico-urbana in Roma.

Come già per 100 anni di Follia Pratica, è lei a curare – qui insieme a Valeria Manzi ‒l’allestimento della mostra a Palazzo Altemps. Come avete progettato questo incontro tra le collezioni di arte classica e la produzione novecentesca della vostra bottega?
Il percorso di questa esposizione è pensato per essere un’esperienza dal carattere contemplativo: è un invito a una divagazione senza schemi, a una riflessione personale e a una lettura affidata al visitatore e alla sua immaginazione.

Cosa risponde a chi critica i progetti espositivi di contaminazione tra antico e contemporaneo come una perdita di identità dei musei e dei loro archivi? Il bisogno di contemporaneo cela forse la nostra crescente incapacità di cogliere e godere della ricchezza e profondità della cultura classica?
Ogni epoca, per ritrovare identità e forza, ha inventato un’idea diversa del classico. Per dare forma al mondo di domani è necessario ripensare le nostre molteplici radici. Per citare Salvatore Settis, “nessuna civiltà può pensare sé stessa se non dispone di un altrove nel tempo, così come un altrove nello spazio”. Anche mio padre era partito da “un mondo classico reimmaginato”, ridisegnato con quel gusto metafisico e romantico con il quale il Settecento reinterpretava la classicità, per dar vita, alla fine, come l’aveva definita Ettore Sottsass, alla “sua grande, vasta, poetica, infinita nuova metafora”. Questo percorso espositivo non è mera contaminazione, né un rimedio alla nostra incapacità di cogliere e godere dell’antico, bensì la valorizzazione contemporanea di quella cultura classica che sta a noi saper evocare per cogliere più a fondo l’Oggi.

A Palazzo Altemps ha trovato una nuova Stanza Metafisica [armadiatura-capolavoro degli Anni ’50 di Fornasetti composta da 32 ante, N.d.R.]? O, tra i volti celebratissimi delle statue romane che la collezione accoglie, una nuova Lina Cavalieri [la cantante lirica che fu musa di Piero Fornasetti e il cui volto è ancora ossessivamente riprodotto tra i prodotti del marchio, N.d.R.] da cui farsi ipnotizzare?
A Palazzo Altemps ho ritrovato un po’ entrambe le cose.

Quale spazio nel mondo di oggi per l’eccentricità e quale il ruolo dell’ornamento per contribuire a tale eccentricità? Se il gusto per la lamentela sembra ancora un abito mentale squisitamente italico, la fascinazione per le rovine è anch’essa, ancora, una metafora della nostra identità?
Per Fornasetti la decorazione è sempre stata cibo per l’anima, uno stimolo all’immaginazione e al pensiero. In più occasioni mi è capitato di paragonarla alla musica: se ne potrebbe fare a meno, vero, ma provocatoriamente mi piace chiedere di immaginare un mondo senza di essa. Come sarebbe, se lo immagina? L’ostinata presenza delle rovine testimonia l’eternità, la loro vittoria sullo scorrere irreparabile del tempo. Roma in particolare è fatta di patina, una patina che non è solo costituita da sedimenti materici che si stratificano nei secoli, ma di cultura e di modo di vedere. L’attrazione nei confronti delle rovine, testimonianza di un passato ancora presente, è una peculiarità che definirei europea più che esclusivamente italiana.

Pubblicato su Artribune.com il 15 dicembre 2017

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