Il design di coppia alla prova del dialogo. In Israele

Design Museum, Holon – fino al 26 ottobre 2019. Cinque coppie di designer mettono in scena gli esiti della propria pratica collaborativa, raccontando attraverso cinque progetti inediti cosa significhi ispirarsi a vicenda e trovare una chiusa alla propria ricerca.

Quanto confronto, scontro e capacità di mediazione cela la quotidianità di due designer che lavorano insieme? Dopo due anni di gestazione, arriva al Design Museum di Holon The Conversation Show, il nuovo progetto espositivo che il museo israeliano dedica al “design duale”. A cura di Maria Cristina Didero, qui alla sua seconda mostra a Holon dopo la grande monografica su Nendo nel 2017, The Conversation Show vuole raccontare attraverso i lavori di cinque coppie di designer internazionali – BCXSYmischer’traxler, Reddish, Snarkitecture e Zaven – la complessità e la significazione insita nel processo collaborativo che prende vita quando due designer, poco importa – o forse sì? – se insieme solo nel lavoro o anche nella vita, sviluppano un nuovo progetto.
Di coralità, nell’implementazione di un prodotto, si è sempre parlato riconoscendone il valore. Eppure, mai è stato messo in discussione il protagonismo della visione autoriale del designer, quantomeno in tempi di cui le design star sono spesso solleticate a fare dei propri lavori uno sfoggio di personalità – o, a seconda di come la si voglia vedere, di narcisismo. The Conversation Show, al contrario, ha voluto scommettere sulla possibilità di poter raccontare i meccanismi che guidano l’interazione tra due progettisti e che portano alla creazione di un’opera aperta spesso più ricca di profondità, di potenzialità connotative, di una sua “centratura”.

Dune, Zaven. Image Credit Elad Sarig

I PROGETTI

Sviluppati a partire da un medesimo briefing, i cinque lavori commissionati dal museo in occasione della mostra sono caratterizzati da esiti sorprendentemente diversi. Il duo viennese mischer’traxler (Katharina Mischer e Thomas Traxler) mette in scena con Coalesque un pendolo interattivo che, a seconda della posizione dei visitatori che lo circondano, si muove in uno spazio tridimensionale cambiando colore e sintetizzando in un colpo d’occhio il divagare erratico delle idee, il loro migrare da un punto all’alto a seconda di nuovi, incalzanti stimoli.
Il duo israeliano Reddish (Naama Steinbock e Idan Friedman)invece, restituisce il senso della propria pratica collaborativa con Balancing Act, una scultura cinetica realizzata con objet trouvé ispirati ai reperti dei vecchi musei di storia naturale. Più legata a un’idea di prodotto tout court è invece la ricerca di Zaven (Enrica Cavarzan e Marco Zavagno), che con Dune, una serie di lampade dove due lastre di vetro soffiato si sovrappongono in maniera scalzata inglobando all’interno un neon, restituiscono l’idea di una interazione che si fa sommatoria di punti di vista, di strati di senso che si solidificano l’uno sull’altro. Ancora, con Reciprocal Syntax il duo BCXSY (Boaz Cohen e Sayaka Yamamoto) trasforma il lavoro in coppia in un’istanza giocosa, qui restituita con una installazione immersiva dove un dondolo in movimento genera proiezioni nello spazio. Più enigmatica invece la proposta di Snarkitecture (Daniel ArshamAlex Mustonen e Benjamin Porto), l’unico trio presente in mostra il quale, in collaborazione con Gufram, mette in scena nella galleria inferiore del museo un percorso costellato di varchi e di specchi. Il passaggio da un punto all’altro si trasforma in un gioco di attese che emana un’aura di mistero, ambigua nei confronti di noi stessi e delle nostre aspettative. Accanto ai lavori, video di cinque minuti realizzati da Francesca Molteni con Muse Factory of Projects e insieme alla stessa Didero guardano poi all’altro lato della medaglia: allontanandosi dalla sintesi astratta offerta dalle installazioni in mostra, i film svelano al contrario la quotidianità del lavoro in comune, corredando questo racconto “feriale” con dettagli pratici e suggestioni visive.

Reciprocal Syntax, BCXSY. Image Credit Elad Sarig

DESIGN E DIALOGO

Impossibile chiedere alla mostra di convincerci che questa dimensione plurale sia necessariamente più fertile, efficace, risolutiva del lavoro individuale. Il conflitto dovuto al confronto tra due alterità, qui, sembra mediato, ma senza offrire rassicurazioni sulla bontà dell’approccio, piuttosto facendosi allegoria di un tempo che sembra un po’ sparito dal radar ma del quale noi tutti dovremmo auspicare il ritorno, quello del confronto e del dialogo. Oltre all’invito sottotraccia, The Conversation Show regala un’altra esperienza sottile, offrendosi come un dispositivo che sa mettere in luce la potenzialità del design nell’esprimere istanze metaforiche, come quelle – movimento, equilibrio, sommatoria, gioco, romanzo di formazione – che i progetti a Holon sembrano pronti a svelare. Sembrerebbe, allora, una questione di metodo: auguriamoci, allora, non solo che il metodo del dialogo possa trovare nuova presa, ma anche che il design possa continuare a essere chiamato in causa per generare metafore significative, divertenti, prolifiche.

Pubblicato su Artribune.com il 17 giugno 2019

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