Il design e l’emergenza rifugiati

La disciplina del progetto si sta dimostrando sempre più attenta alle delicate questioni della contemporaneità, come i flussi migratori e i drammi quotidiani dei rifugiati. Con senso pratico e un pizzico di ottimismo naïf, ecco una serie di proposte vincenti.

DESIGN E NECESSITÀ
Design dal volto buono? O dovremmo piuttosto dire design necessario, persino ineludibile? Mai come negli ultimi tempi, il design sembra guardare all’emergenza dei rifugiati come a un’istanza capace di metterlo nuovamente in gioco. Il quadro geopolitico di riferimento è noto ai più: da una parte un numero mai così alto di profughi e migranti economici in marcia verso il Vecchio Continente, dall’altra una Fortezza Europa che si sente assediata, complice una classe politica a dir poco riluttante a far proprio il tema dell’accoglienza. Su questo territorio scivoloso, che mette insieme esigenze di dignità e sicurezza, diritti e logistica, una disciplina spesso tacciata di elitarismo, votata al profitto e incline a indugiare tra le nicchie del lusso, si è fatta carico di intervenire ripensandosi in nome della sua antica anima sociale. A fare da volano, una lunga serie di iniziative, concorsi e programmi che vogliono dare una risposta non velleitaria a una crisi che coinvolge oltre 65 milioni di sfollati nel mondo – più dell’intera popolazione italiana – e oltre quattro milioni di rifugiati in Europa [fonte: UNHCR Global Trends 2015].
Ad accendere i riflettori su questa sfida umanitaria è stato soprattutto il What Design Can Do Refugee Challenge, concorso lanciato lo scorso febbraio dalla piattaforma olandese What Design Can Do in partnership con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Ikea Foundation. La missione? Immaginare, letteralmente, “soluzioni audaci” capaci di rispondere alle esigenze complesse dei rifugiati e delle nazioni che li ospitano, seguendo il presupposto che vede nel design un agente di cambiamento efficace grazie a una capacità di problem solving votata a idee e applicazioni innovative. Tra le oltre seicento proposte ricevute, solo cinque sono state selezionate e finanziate con 10mila euro ciascuna, da utilizzare per sviluppare e testare il progetto presentato.

GLI ESEMPI
Qualche esempio concreto? Makers Unite è la piattaforma che riunisce tutti i makers, inclusi quelli presenti tra i rifugiati, desiderosi di trasformare gli scarti delle traversate – leggi i giubbotti di salvataggio – in oggetti nuovamente utili. Reframe Refugees, invece, è un sito che permette ai migranti di vendere ai media le proprie foto, mentre The Welcome Card è un device da installare nei centri di accoglienza per facilitare la verifica dell’avanzamento delle proprie pratiche burocratiche, quali ad esempio la richiesta di asilo politico.
A spopolare non è quello shelter design che guarda alle necessità abitative della prima accoglienza, ma un design di servizio attento ai bisogni della persona sul lungo periodo. Del resto, i precedenti c’erano già tutti: a partire dal 2008 aveva fatto scuola Reunite, bacheca digitale lanciata da due fratelli danesi che aiuta famiglie e comunità di migranti a ritrovarsi dopo aver lasciato alle spalle i Paesi di origine. Sulla scia di invenzioni come questa, due anni fa partiva TechRefugees, coordinamento per smanettoni e startupper per lo sviluppo di app dedicate all’emergenza migranti. È infine notizia di un mese fa che sempre l’UNHCR ha stretto una partnership con il MIT di Boston per sviluppare strategie che permettano ai rifugiati di risolvere da soli i loro problemi quotidiani, bypassando i protocolli messi a punto dalle agenzie intergovernative e regionali.

PASSATO E PRESENTE
Esistono poi progetti vecchi di decenni che, alla luce di queste nuove tensioni, sembrano tornare di attualità. Vi ricordate del manuale di Autoprogettazione che Enzo Mari stilava nel 1974 per sollecitare una visione critica dal basso rispetto al monopolio industriale nella produzione di arredi? Ebbene, le sue istruzioni DIY sono state fatte proprie dall’associazione berlinese CUCULA. Regufees Company for Crafts and Design, a cui lo stesso Mari ha concesso lo sfruttamento commerciale dei suoi mobili open source. A testimonianza dell’attualità del tema, non mancano poi le iniziative culturali fatte proprie dalle istituzioni museali. Al grido di Reporting from the Front, la Biennale di Architettura del curatore Alejandro Aravena non si è potuta esimere dal presentare intuizioni e case study sul tema dei rifugiati, tra cui ricordiamo i casi proposti dal padiglione della Germania (una ricognizione sull’edilizia sociale di settore) e dell’Austria (nuovi prototipi di rifugi temporanei). Dal canto suo, invece, il MoMA di New York parla di flussi e soluzioni abitative con Insecurities: Tracing Displacement and Shelter (a cura di Sean Anderson con Arièle Dionne-Krosnick).
Il design salverà il mondo? Almeno ci sta provando. Senza necessariamente discutere di politica, ma ovviando dal basso, con inventiva e un pizzico di ottimismo naïf, all’assenza di regie politiche globali e sistemiche.

Pubblicato su Artribune Magazine #33 e su Artribune.com il 18 novembre 2016